🌊🏛️Le luci di Atlantide ( Il ciclo di Avalon Vol. 1) – Marion Zimmer Bradley

Genere: Romanzo Fanatsy
Autrice: Marion Zinmmer Bradley
Traduttrice: Angela Ragusa
Editore: TEA – Tascabili degli Editori
Data d’uscita: 13 maggio 1994
Pagine: 445
Valutazione: ★★★☆☆
(non ho inserito il link per l’acquisto perché è un fuori catalogo ma lo potete trovare usato)
Trama
In un periodo lontano, in cui la storia dei grandi e antichi imperi della Terra doveva ancora compiersi, nella città del Serpente Ricurvo uomini e donne votati alla Luce e alle Tenebre vivevano a servizio di antichi culti divini, perseguendo l’equilibrio cosmico. Ma ora, nel labirinto che corre sotto la città, una forza antica e devastante sta per essere risvegliata. Una forza carica di promesse troppo allettanti: magia, dominio sulla natura e sugli uomini. Promesse che affascinano la giovanissima e ribelle Deoris, sedotta dal mago Riveda e avvolta in una fitta rete di inganni da cui solo sua sorella Domaris e il misterioso Micon di Atlantide possono salvarla. Ma a prezzo di uno scontro immane, capace di trascinare l’umanità intera verso la grande notte del Caos.
La mia opinione
Le luci di Atlantide è di fatto un libro che fa parte della mia cultura letteraria: se oggi sono Miss F lo devo anche a lui. Ho deciso di rileggere e postare sul blog quei libri che mi hanno resa quella che sono: so che non andranno virali, ma credo fortemente che almeno una volta nella vita vadano letti. E per essere letti oggi, qualcuno deve parlarne: oggi tocca a me.
Quando ti trovi davanti a un libro scritto negli anni Cinquanta del Novecento, ti trovi davanti a un figlio della sua epoca. Ma Marion Zimmer Bradley (e qui mi riferisco solo alla scrittrice) fa qualcosa di avanguardistico: prende la figura della donna nei miti e la ribalta, la porta al centro della scena, sotto i riflettori. In questo libro propone due sorelle bellissime e totalmente diverse: una è luce abbagliante, l’altra è ombra; una trasmette amore come se fosse l’incarnazione stessa del sentimento, l’altra è pura logica. Come ci insegna la Zimmer, ombra e luce non esistono l’una senza l’altra: amore e odio sono due facce dello stesso sentimento.
La prima volta che lessi questo libro erano i primi anni Duemila. Io ero una ragazzina di quattordici o quindici anni, e mia zia – di una decina d’anni più grande – era il mio guru della lettura. Volevo essere come lei, ai miei occhi la persona più bella e intelligente che conoscessi (ero molto Deoris in questo). Lei aveva questo libro in libreria e me lo prestò: la prima versione che lessi fu la Longanesi del 1991. La copia che ho riletto ora invece è la TEA del 1994.
All’epoca mi identificai totalmente in Deoris. Forse perché mi sentivo come lei: inadeguata, fuori posto, con passioni che nessuno capiva (piccola nerd in formazione). Passavo giornate intere chiusa in camera a leggere, incurante del sole o della pioggia fuori. Rileggendolo oggi, invece, trovo Deoris infantile, viziata, con problemi di autostima. La donna adulta che sono ora non la comprende più appieno. Ma la ragazzina dentro di me sì, e grida mentre scrivo queste righe: quella parte di me ricorda il dolore e lo accoglie.
Leggere un libro che hai amato da adolescente è come aprire una finestra sul passato, come salire su una DeLorean e tornare indietro nel tempo (se non avete colto la citazione: recuperate Ritorno al futuro). È una sensazione meravigliosa. Oggi mi sento più vicina a Domaris, ma anche lei mi appare fragile e giovane. In questo libro manca l’archetipo che troveremo nei successivi della saga: la donna matura e “saggia”. Perché sì, Le luci di Atlantide fa parte di una saga di autoconclusivi, che si possono leggere a caso, ma che insieme danno un quadro più ampio. Io stessa da ragazzina li lessi a caso, partendo dal mio grande amore: Le nebbie di Avalon.
Gli uomini di questo libro restano contorno: provano a guidare, possedere, usare o proteggere le due protagoniste, senza chiedersi cosa sia meglio per loro. Rajasta, padre spirituale di Domaris, comprende che la sua remissività verso il marito impostole dal tempio sia sbagliata, ma non interviene, convinto che la donna sia “debole” anche se “divina”. Micon, pur innamorato di Domaris, la usa: ha bisogno di un figlio cui tramandare il suo potere, e sceglie una ragazza giovane, sapendo che l’avrebbe lasciata sola. Riveda invece inizia a persuadere Deoris quando ha appena quattordici anni. Certo, aspetta che cresca prima dell’intimità, ma la plasma fin da subito. Ecco quindi che intravediamo già elementi di age gap e persino di dark romance.
Durante la rilettura mi sono chiesta: oggi avrebbe avuto lo stesso successo che ebbe negli anni Ottanta americani e nei Novanta italiani? Perché sì, la Bradley scrisse il romanzo negli anni Cinquanta, ma venne pubblicato solo negli anni Ottanta come Web of Light e Web of Darkness, poi riuniti in The Fall of Atlantis.
La Bradley non scriveva libri dove il sesso era il motore principale. Nei suoi romanzi l’erotismo c’è, ma come linguaggio simbolico: serve a parlare di potere, destino, cicli della natura, tensioni tra uomini e donne. Non per accendere il lettore. Questo la pone in una posizione particolare rispetto al trend attuale: oggi spesso un libro “vende” per quante scene spicy contiene, la Bradley invece offre un contrappunto aristocratico. Storie dense di politica, misticismo, ruoli ribaltati, con al centro la spiritualità del corpo più che il consumo del corpo.
Non è che il sesso manchi: per Deoris è rude e ritualistico, per Domaris è solo un mezzo per la maternità. Non ci viene mai raccontato l’atto in sé, ma l’impatto che ha sul personaggio. Non è pudica né censurata: per lei l’importante è cosa resta dentro, non cosa accade fuori.
In sintesi:
- per chi cerca solo sesso, la Bradley sarà lenta;
- per chi cerca mitologia femminile epica, la Bradley resta un faro;
- per chi è stanco dello schema “dark romance = sesso + trauma”, i suoi romanzi sono un respiro nuovo, anche se scritti quarant’anni fa.
Il paradosso è che, proprio nel mondo dei “booktok spicy”, potrebbe piacere perché diversa: un ritorno alle radici, ma con la radicalità di dare voce alle donne prima che fosse di moda.
Considerazioni finali
Se ami Sarah J. Maas o Jennifer Armentrout, sappi che molto di ciò che oggi trovi nei loro libri – protagoniste femminili, intrighi politici, magia intrecciata a relazioni complesse – nasce da lontano. Negli anni Ottanta Marion Zimmer Bradley scriveva già così. Solo che invece di regni inventati da zero, prendeva i grandi miti, come Artù o Atlantide, e li ribaltava dal punto di vista delle donne.
Le luci di Atlantide non è il suo capolavoro, e vi chiedo di non mollare: è il primo libro di una saga. Anche se autoconclusivo, getta le basi per qualcosa di epico che culmina in Le nebbie di Avalon. È un romanzo che intreccia misticismo, sensualità, religione e politica. Non troverete scene spicy a ogni capitolo, ma troverete il cuore di ciò che oggi chiamiamo romantasy: passioni, desideri, tradimenti e la lotta delle donne per avere voce in un mondo che le voleva mute.
La Bradley non scriveva per intrattenere e basta: scriveva per restituire mito e potere a chi la storia aveva ridotto a pedina.
Miss F. ✒️
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2 Comments
Pierre
Ciao, bellissima recensione! Sono capitato qui per caso curiosando su internet per vedere i pareri su questo libro, che ho appena finito di leggere.
A me ha affascinato il legame tra Deoris e Domaris, che percorre tra alti e bassi l’intera trama. Credo che Marion Zimmer Bradley sia una maestra nel creare personaggi femminili che non siano le classiche principesse da salvare né le protagoniste infallibili di molti, troppi fantasy.
Miss F.
Grazie mille!
Sono d’accordo: il legame tra Deoris e Domaris è il vero cuore del romanzo. È una relazione fatta di luce e ombra, competizione e amore, e anticipa quella centralità del rapporto tra donne che poi diventerà uno dei pilastri dell’intera saga.
Proprio per questo trovo un peccato che Le luci di Atlantide non sia stato ritradotto insieme agli altri volumi: è la prima pietra di un percorso più ampio, quello che culmina ne Le nebbie di Avalon. Senza questo libro si perde un pezzo della visione complessiva.
E sì, la Bradley riesce a creare protagoniste imperfette, fragili, a volte persino scomode ma mai decorative. Se pensiamo che lo scriveva negli anni Cinquanta, quello che oggi definiamo “moderno” in realtà era già lì.